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Shocking life, Autobiografia di un’artista della moda

Elsa_Schiaparelli_Shocking_life

Elsa Schiaparelli.

Prefazione di Natalia Aspesi.

Edizioni: Alet.

Tutto ebbe inizio nella basilica di San Pietro, quando una bambina che i genitori avrebbero voluto maschio veniva battezzata, con un improbabile nome di origine wagneriana, Elsa; per noncuranza, e per assecondare le stravaganti passioni di una bambinaia alcolizzata.

Una Roma aristocratica e sonnolenta è lo sfondo dello strano caso di Elsa Schiaparelli, Schiap per sé stessa e mille altri nomi per gli altri. Del resto, alla vigilia dell’apertura del suo primo atelier (o meglio, della sua prima “soffitta”) al numero 4 di Rue de la Paix, quando appese il suo lungo e complicato nome di battesimo sotto l’insegna “Pour le sport”, tutti la avvertirono che nessuno sarebbe stato in grado di pronunciarlo. E così è stato. Ma “se nel tempo ha subito strani adattamenti e distorsioni, tutti sanno cosa significa”. Un nome unico e complicato, segno di un analogo destino.

La storia è a dir poco strana, poichè la vita di Schiap avrebbe dovuto improntarsi ad una solida tranquillità borghese, magari condita da qualche studio letterario e numerose conversazioni da salotto; figlia di un’ aristocratica famiglia romana, di un uomo coltissimo, prima direttore della biblioteca dell’Accademia dei Lincei, poi professore di letteratura Araba (ed Elsa lo ricorderà al momento di preparare la collezione estiva di ispirazione Orientale del 1935), la dimora della sua infanzia nell’elegante palazzo Corsini…

Ma l’irrequieta Schiap non era tagliata per la solida tranquillità borghese. Dopo aver scritto e pubblicato in tenerissima età un appassionato libro di poesie -che suscitò in famiglia un verdetto di condanna alla reclusione scolastica in un convento Svizzero- decise di intraprendere una strada diversa.

Fatta di pellegrinaggi, di inquietudine e ricerca continua, di indipendenza. Abbandonata dal marito a New York con una figlia piccola e malata, l’adorata Gogo, senza un soldo, senza un lavoro, senza saper fare assolutamente niente, l’orgogliosa Schiap vive di espedienti. Ma il suo coraggio, il suo ottimismo, la porteranno ad imparare l’amore per l’indipendenza, per una rischiosa libertà, che avrebbe comportato, tra le altre cose, il non risposarsi mai più.

“Molti uomini ammirano le donne forti ma non le amano. Alcune donne sono riuscite ad essere forti e insieme tenere, ma la maggior parte di quelle che hanno voluto camminare da sole, strada facendo, ha perso la felicità”. Schiap la dimenticherà presto questa felicità, pagando  consapevolmente il prezzo di voler essere, tra gli anni ‘30 e ‘50, una donna senza padroni. E lo sguardo malinconico che rimandano alcune sue celebri fotografie sembra confermare ciò che Schiap dice di sé, con l’ironico distacco della terza persona che è sua peculiarità: “Accetta senza problemi il dolore e la perdita, ma di fronte alla felicità non sa come reagire”.

Questa scelta, la forza necessaria per sostenerla, la lotta incessante che è stato il modus vivendi di Schiap, sono il “suo“ rosa shocking: portavoce di una femminilità netta, energica, gridata, che si forma all’interno di una società dove trovare il proprio spazio, per una donna, significava per la prima volta strapparlo a quello tradizionalmente maschile. Un colore “brillante, impossibile, sfrontato, piacevole, pieno d’energia, come tutta la luce,tutti gli uccelli e tutti i pesci del mondo messi insieme [...]“. Questa tonalità ispirerà il suo primo, celebre profumo, e costituirà la nuance identificativa della sua vita.

E pensare che la moda entrò quasi per caso nella vita di Schiap. L’incontro con Gabrielle Picabia, il trasferimento a Parigi (che sarebbe diventata la sua patria elettiva) e, finalmente, quello con Paul Poiret, reso unico dal dono di un suo favoloso mantello in Crêpe de chine. Una presenza silenziosa, ma sempre fondamentale per la crescita professionale di Schiap, un esempio di amore incondizionato e indimenticabile per il mêtier. Ma talmente casuale (accompagnava l’amica Gabriella nell’acquisto di un abito), che col senno di poi sembra sia stata la moda a scegliere Elsa per poter esprimere tutte le sue potenzialità, piuttosto che il contrario.

Fatto sta che i primi maglioni a  trompe-l’oeil disegnati da Schiap, e realizzati da un’immigrata armena scampata al massacro turco, divennero oggetto immancabile di tutte le signore alla moda. Eppure Shiap era completamente priva della cultura manuale tradizionalmente legata alla sartoria:” La sua ignoranza in materia era totale; è per questo che il suo coraggio era assoluto e cieco”. Inoltre, considerava l’arte di disegnare vestiti “molto difficile e di poca soddisfazione, perchè un vestito, appena nato, è già qualcosa che appartiene al passato”.

Ma il clima culturale dell’epoca fremeva, la Grande Crisi del ‘29 aveva bruscamente interrotto la ‘festa mobile’ degli anni Venti, il lusso ostentato doveva trasformarsi in estrosità. Le donne erano alla ricerca di una nuova individualità e degli abiti adatti per esprimerla; Elsa creò una moda concettualistica, e per prima inventò  la non convenzionale bellezza della jolie laide, una donna che faceva della sua intelligenza un’arma di consapevole fascino.

La stessa Shiap, del resto, non era una bella donna; ricorda, con incantevole autoironia, come “sua madre iniziò a fare commenti sprezzanti sul suo aspetto. Le continuava a ripetere che lei era tanto brutta quanto sua sorella era bella. così Schiap, credendosi davvero tale, pensò a un modo per diventare più bella!”. Certo, la soluzione che cercò allora non era delle migliori, e le comportò un ricovero d’urgenza in ospedale; ma qualche anno più tardi,  il desiderio di mostrarsi bella attraverso la manifestazione di una personalità eccezionale la porterà ad ideare la sua prima robe per un elegante ballo Parigino in casa Henraux. Metri di stoffa tenuti insieme da spille, eletti dalla stessa Elsa a suo primo, fallimentare, esperimento da stilista.

Il legame tra ciò che si indossa e la forma del corpo fu per Schiap un punto di fondamentale importanza, ed oggetto delle sue ricerche stilistiche, come delle sue intuizioni quasi inconsapevoli. Non è un caso se la prima linea Schiaparelli si intitolò “pour le sport”. Gli “abiti, [infatti], dovevano essere architettonici”, senza mai dimenticare il corpo, che “bisognava considerar[e] come l’armatura di una costruzione [...] Più il corpo è rispettato e più il vestito assumerà vitalità”.

L’incontro con i surrealisti e le surrealiste, Dalì e Cocteau, Christian Bérard, Man Ray, Duchamp, le signore Nush Eluard, Gala Dalì, Marie-Laure de Noailles e l’innumerevole schiera di amici, collaboratori e conoscenti dei quali la timida Elsa si è sempre circondata, hanno dato vita a quelle celebri creazioni che l’hanno resa celebre come alternativa alla raffinata eleganza di chanel, ed hanno segnato la storia della moda quanto quella dell’arte. La giacca in lino con profilo di donna, il mantello ricamato con un vaso risultante dalla giustapposizione di due profili umani, la giacca a cassetti, il cappello-scarpa. 

E poi, gli spettacoli assolutamente folli delle sue sfilate a tema, la boutique in Palce Vendôme che diventerà il simbolo del suo estro e della sua concezione della moda come grande spettacolo, concettuale ed estetico; la moda elevata a forma d’arte, al pari della scultura, della pittura e della fotografia. Una grande eredità cedibile soltanto da chi ha fatto un mestiere senza conoscerlo.

La divertente e divertita autobiografia di una delle più grandi stiliste del secolo scorso, testimonianza dei suoi innumerevoli pellegrinaggi, da Parigi a New York, dalla Russia sovietica al Brasile, dalle paradisiache spiagge di Hammamet, a Londra, racconta una donna irrequieta, continuamente tesa alla ricerca, alla crescita, alla lotta incessante contro tutti gli ostacoli che gli anni di guerra, una figlia gravemente malata, la solitudine, le hanno imposto. 

Senza mai cadere nell’arroganza dell’autocompiacimento, senza mai scivolare nel dramma del divismo, Schiap racconta sé stessa con ironia e leggerezza, lasciandoci la testimonianza, scritta dopo il ritiro nella pacifica solitudine di Hammamet, di una vita che è stata un’unica, grande opera d’arte. Ciò che ci resta, oltre ai suoi intramontabili modelli, è questo incantevole resoconto, un po’ fiabesco, un po’ parodico, innegabilmente poetico.

Articolo postato in: Books! Pubblicato il 10 March 2009 Commenti (0)

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