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Shopping e disillusioni

Ogni città che si rispetti possiede un quartiere, se non addirittura un’unica strada, la cui esistenza risponde ad un preciso imperativo: essere, vivere, pensare chic! Impeccabili vetrine si susseguono parlando all’unisono l’autentico idioma internazionale, il “Grandi Firmese”: Cartier, Gucci, Prada, Dolce & Gabbana, Armani, Hérmes, Dior, Chanel…Le maisons più celebri del mondo, a portata di mano, una dopo l’altra, lungo un sentiero lastricato di lusso!

Quante di noi non hanno mai almeno sognato di spendere un pomeriggio (e un mese di stipendio!) camminando su un bel tacco 12 tra gli eleganti divanetti (in pelle umana, n.d.a.) di Vuitton e le sete di Escada?
Voyerismo patologico e febbre da shopping trovano un’immediata cura, e un sopito istinto istrionico ci trasforma nelle protagoniste di un Sex and the City all’italiana; felici nel tentativo di bilanciare con somma sapienza statica le innumerevoli shopping bags dagli spigoli taglienti, agili e sorridenti come atlete olimpiche in equilibrio su vertiginosi trampoli, incuranti delle conseguenti fratture multiple al malleolo, ci addentriamo nel cuore pulsante della scintillante selva di manichini e video-installazioni: lo store.

Controlliamo che gli strumenti del mestiere siano al loro posto, fermi e silenziosi, ma vigili e pronti all’azione: la Visa (quella dal massimale più basso), nella tasca interna del cappotto; l’American Express (troppo alto!) ben nascosta nel portafogli, sotto i biglietti da visita. Gli occhiali da presbite, non sia mai che ci sfugga un orlo difettato. E, per finire, un momento di raccoglimento zen per svuotare la mente da ogni pensiero: affitto, bollette, rate della macchina da pagare. Non resta che varcare i confini della realtà, per immergersi nello shopping dream…

Ed ecco che appena dentro il negozio, una sorprendente constatazione ci riporta immediatamente alla realtà: siamo al centro dell’attenzione di tutti i commessi. Ed è un centro, a quante pare, piuttosto sgradevole. La schiera di anonimi personaggi in divisa (il fatto che sia firmata Prada non conferisce loro maggiore distintività) punta i suoi occhi indagatori su noi sfortunate avventrici. Se non risultiamo evidentemente giapponesi o americane, nessuno si muoverà dalla sua postazione originaria per tenderci un agguato, e farci uscire dal negozio, stremate ma soddisfattissime, con un nuovo guardaroba ed un cappotto in puro cachemear per il nostro cane, scontato del 10%.

Ma nel caso non risultassimo neppure evidentemente danarose (traduzione: appena uscite dal parrucchiere e griffatissime dalla testa alla punta degli stivali), l’indifferenza si trasforma in vera e propria deferenza. Gli sguardi si fanno sprezzanti. Coloro che dovrebbero offrirti un servizio sussuranno frasi a quanto pare divertentissime davanti al nostro attonito volto, terminanti come da copione in risatine sommesse.

Se osiamo chiedere il prezzo di un bellissimo maglione, magari del nostro colore preferito (intenzionate a comprarlo QUASI a qualsiasi condizione, perchè sta benissimo su di una gonna che langue nell’armadio da mesi, costretta alla solitudine) ci risponde un volto straziato da un’espressione di fastidio. Avete presente la smorfia di chi addenta una fetta di limone? Identica.

Dura un micro secondo, che percepiamo come una mezz’ora. Poi, una vocina forzata ci sussurra il prezzo, ed un sorriso trionfale ne sottolinea l’eccesso. Messaggio subliminale: visto che non puoi permettertelo, sono felice. Felice di non vendere un capo, di riportare un cifra negativa nel rendiconto del negozio, felice di rischiare il mio posto di lavoro se altre due o tre persone oggi prendono la tua stessa decisione.

Perchè mi sembra ovvio, a quel punto, che qualsiasi donna abituata a guadagnarsi i soldi che spende (indipendentemente da quanto guadagna, e da quanto spende!) fugga via dal negozio a gambe levate, delusa dal fatto che un altro essere umano abbia potuto rovinare il suo perfetto pomeriggio, rompendo un sogno di leggerezza faticosamente conquistato.

Nessuno pretende la melliflua accondiscendenza delle boutique newyorkesi, dove “il cliente ha sempre ragione”, e gli impiegati sono talmente accondiscendenti da dare l’impressione, a noi vecchi e smaliziati europei, di venire coccolati, accerchiati e raggirati come bambini cui si promette il gelato. Credo però che non doversi sentire continuamente sotto esame quando si desidera fare un acquisto, come associare allo shopping un momento di relax che per risultare tale necessiterebbe, semplicemente, di un po’ di rispetto, siano richieste tutto sommato ragionevoli.

Anche perchè le rare eccezioni rappresentate da quegli store dove regna un clima di gradevole leggerezza, dove la disponibilità è dispensata senza discriminazioni di reddito apparente, ci lasciano sempre la voglia di tornare ad acquistare…
Il commercio si basa, in fondo, su regole molto semplici. Di fronte ad gesto di generosità -come un sorriso dispensato con tanta poca fatica da non provocare una paresi facciale in chi prova ad elargirlo- qualunque arido fashion heart si ammorbidisce. E qualunque portafogli si apre molto, molto più facilmente.

O forse sono semplicemente l’abitudine al modus operandi fiorentino, e la mia inarrestabile vis polemica a rovinarmi l’umore, ogni volta che mi accingo a concedermi un giretto in via Tornabuoni? Ma come si può avere voglia di entrare in negozi la cui austerità seriosa dà l’impressione di varcare la soglia di un confessionale? Come ci si può sentire a proprio agio quando i primi esseri umani ad accoglierti sono due body guard, impassibilmente calati nella parte, sorveglianti silenziosi di un’impenetrabile roccaforte del lusso?

Articolo postato in: Bags!, Clothes!, Shoes! Pubblicato il 26 February 2009 Commenti (0)

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