
Immaginate la rumorosa vitalità di una notte danzante, in un fumoso nigth club; risate lascive, whiskey on the rocks e lunghi bocchini. Immaginate un primo dopoguerra che sarebbe diventato l’anticipo di una nuova, grande guerra; un’eccezione parentetica di pace, pochi soldi, poco lavoro, e un desiderio smisurato di divertimento, leggerezza, oblio, edonismo.
A passo di charleston, signorine desiderose di affermare la propria femminilità e il proprio diritto a divertirsi come gli uomini, si scatenano avviluppate in abiti che giocano tra rigore e asimmetria. Immaginate adesso un periodo di conclamata crisi, ottant’anni più tardi: pochi soldi, poco lavoro, poca consapevolezza storica, vaghi ricordi appena sufficienti per scatenare panico e palliativi. E guardate, al di là dell’immaginazione, le passerelle di questa nuova stagione: senza rassegnarsi all’indolenza, esplorano un passato che sembrano sentire vicino, in cerca di idee.
Gli stilisti hanno riscoperto proprio in quel delicatissimo ventennio, che ha segnato il cuore temporale e psicologico dell’epoca moderna, un’ispirazione da attualizzare; strizzando l’occhio ad una femminilità sfoggiata con charme, le linee dritte che disegnano senza costruire, le frange nervose, i colori essenziali hanno reso omaggio ad un’estetica che per decenni ha animato soltanto le feste a tema.
Estetica contemporanea chiama estetica di crisi passata. Semplice coincidenza?
Certo, almeno c’è uno sforzo nel tentativo di ricordare le soluzioni, le risposte, gli escamotages. In quella seconda metà degli anni venti era appena finita la guerra più disastrosa e scioccante mai vista, si preparava il drammatico crollo finanziario che avrebbe insegnato (o dovuto insegnare) al mondo il pericolo del libero mercato, e forse si fingeva di ignorare che l’orrore, ancora, era solo all’inizio…
E si danzava, si beveva, si tentava di mordere una vita che era diventato difficile dare per scontata. Quegli anni di decadente edonismo tornano ad incantare il nostro immaginario, e lo fanno in un periodo storico, economico e sociale sicuramente difficile. Le passerelle non riescono a prescindervi, lasciano in sordina i toni troppo glam, dimenticano per un attimo il cieco positivismo degli anni ‘80 e tornano indietro.
Le citazioni si sprecano, in bianco e in nero, fondendosi con reinterpretazioni contemporanee dell’abito charleston.
Dalle lunghe frange avvolgenti di jil Sander, al contrasto tra rigore e movimento iridescente di Alberta Ferretti. Dalle contaminazioni vagamente “cistercensi” di Anteprima, seppur contenute dall’eleganza senza tempo dell’abito color panna, alla sensualità retrò di Cavalli: una ben risolta tensione tra la vaporosità delle frange, il bon ton fanciullesco del ricamo, le ammiccanti trasparenze di un total black molto, molto nudo.
Torniamo ad osservare e ad imparare dal passato, al di là della retorica antistorica per cui errare è umano e perseverare è diabolico. Errare è umano, e lo è altrettanto cercare nella bellezza, nella levità dell’edonismo, un modo per non lasciarsi affondare, fino al soffocamento, in quell’errore. Questa lezione sembra non essere difficile da apprendere. No panic, dunque. E se proprio dobbiamo perdere lucidità, facciamolo a passo di charleston…





